Acciaierie d’Italia: grave crisi finanziaria nel settore acciaio. La città di Taranto ancora sospesa tra salute e lavoro.

Il primo semestre del 2026 di Acciaierie d’Italia si chiude con una perdita netta di 551,5 milioni di euro e un indebitamento complessivo che raggiunge l’incresciosa cifra di 8,48 miliardi.

Tra l’attesa per la decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la proroga dello stato di preriscaldo degli impianti al 15 dicembre e le proteste della cittadinanza per i recenti episodi di emissioni sospette, il polo siderurgico tarantino vive una delle fasi più complesse della sua storia recente.

​I conti della crisi: perdite da 3 milioni al giorno e debiti da record

​L’ultima relazione semestrale firmata il 13 ottobre scorso dai commissari straordinari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli scatta una fotografia drammatica della situazione patrimoniale di Acciaierie d’Italia (ADI) al 30 giugno 2026.

  • ​Risultato netto: La perdita nei primi sei mesi dell’anno si attesta a 551,502 milioni di euro, equivalente a oltre 3 milioni di euro al giorno (92 milioni al mese). Pur in calo rispetto al rosso del secondo semestre 2025 (582 milioni), la contrazione evidenzia l’insostenibilità dei costi gestionali di fronte a volumi produttivi ridotti al minimo. 
  • ​Valore della produzione vs Costi: A fronte di ricavi da vendite per 634,6 milioni di euro (più 382,3 milioni di altri proventi, per un totale di 1,017 miliardi), i costi della produzione hanno toccato quota 1,444 miliardi di euro. Il Margine Operativo Lordo (EBITDA) è negativo per 426,6 milioni di euro. 
  • ​Massa debitoria complessiva: L’indebitamento totale di ADI sfiora gli 8,481 miliardi di euro (in aumento di 602 milioni rispetto a fine 2025). Nello specifico:
    • ​Debiti concorsuali: 5,495 miliardi di euro.
    • ​Debiti verso fornitori: 1,750 miliardi di euro (in crescita di 333 milioni nel semestre).
    • ​Debiti finanziari e altri: 1,235 miliardi di euro.
  • ​Liquidità ed emergenza indotto: La cassa effettivamente utilizzabile si è ridotta a soli 176,9 milioni di euro (sui 189,9 milioni totali, di cui 13 indisponibili). La crescita dei debiti commerciali impatta pesantemente sulla rete delle imprese fornitrici dell’indotto tarantino. 

​Il nodo giudiziario: lo stop all’area a caldo e il rinvio al 15 dicembre

​La scadenza del 25 ottobre rappresentava un termine cruciale per il futuro dello stabilimento e della città. In base al decreto del 27 luglio scorso della Corte d’Appello di Milano, l’azienda avrebbe dovuto spegnere l’area a caldo entro 90 giorni per consentire la rimozione dell’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili.

​Lo spegnimento non è tuttavia avvenuto:

  1. ​Proroga del Governo: Un decreto legge in extremis ha prorogato al 15 dicembre 2026 lo stato di preriscaldo degli impianti. 
  2. ​Attesa del verdetto in Cassazione: Le Sezioni Unite Civili si sono riunite il 20 ottobre per pronunciarsi sui ricorsi di Ilva e ADI (che chiedono l’annullamento dello stop) e dei cittadini di Taranto (che pretendono la conferma della chiusura).
  3. ​Parere della Procura Generale: Il sostituto procuratore generale Luigi Birritteri si è espresso a favore dell’accoglimento parziale dei ricorsi aziendali, contestando l’assenza di un accertamento in concreto del pericolo sanitario da parte dei giudici milanesi.

​In attesa del dispositivo della Suprema Corte, la prosecuzione dello stato di preriscaldo comporta costi operativi da centinaia di migliaia di euro al mese per l’acquisto di gas dall’esterno, gravando ulteriormente sulle casse societarie.

​Cessione del gruppo ed emissioni anomale: la tensione resta alta

​L’incertezza legale ed economica si riflette sia sul piano industriale sia su quello socio-ambientale:

  • ​Trattative di vendita e scadenze imminenti: Entro l’8 novembre i gruppi interessati (tra cui il colosso indiano Jindal e la cordata italiana guidata da Federacciai) dovranno presentare le loro offerte vincolanti. L’interesse dei potenziali acquirenti è tuttavia condizionato dall’esito del giudizio di Cassazione, con la cordata italiana orientata all’acquisizione del solo perimetro dell’area a freddo. 
  • ​Fumi dall’Altoforno 2 ed esposti dei cittadini: A metà ottobre l’avvistamento di una densa scia di fumo scuro proveniente dall’Altoforno 2 (in stato di preriscaldo) ha riacceso l’allarme ambientale. La rete di associazioni cittadine Onda del Futuro ha inviato una richiesta formale di chiarimenti a Ministero dell’Ambiente, ISPRA, ARPA Puglia e istituzioni locali, chiedendo rilievi strumentali immediati su PM10, PM2.5, ossidi di azoto e altre sostanze inquinanti. 

​La crisi dell’ex Ilva si trova così ad un punto di svolta: tra bilanci compromessi, scelte industriali sospese e l’indispensabile tutela della salute della comunità tarantina, la parola passa ora ai giudici della Cassazione. Intanto, martedì 27 ottobre alle 17.00 è prevista la convocazione di una nuova riunione con i sindacati a Palazzo Chigi, per discutere della situazione e delle tutele approntate dall’ultimo decreto per l’ex Ilva. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono garanzie occupazionali, maggiori tutele sulla cassa integrazione, pensionamenti anticipati e misure straordinarie anche per i lavoratori dell’appalto.

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