La Corte Suprema di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, confermando lo stop definitivo all’area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La storica sentenza delle Sezioni Unite Civili mette un punto fermo alla lunga battaglia giudiziaria promossa dall’associazione Genitori Tarantini, stabilendo con chiarezza che la tutela della salute e dell’ambiente deve prevalere sulle esigenze della produzione industriale.
La decisione della Suprema Corte e le motivazioni
I giudici della Cassazione hanno confermato il decreto emanato il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano, il quale concedeva 90 giorni per sospendere le attività produttive dell’area a caldo. La sentenza, sviluppata in 70 pagine, respinge le impugnazioni dei commissari straordinari sul presupposto che i rischi per la popolazione e per i lavoratori siano concreti e immediati, legati alla presenza di amianto e alle emissioni di polveri sottili in atmosfera.
Nelle motivazioni della sentenza, le Sezioni Unite hanno chiarito il rapporto fondamentale tra il lavoro e i diritti costituzionali:
«Diritto alla vita e alla salute e diritto al lavoro non possono essere contrapposti: il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro. Ad essere contrapposto è invece il diritto allo svolgimento di attività imprenditoriale, che la Carta fondamentale perimetra in modo che non contrasti con la salute, l’ambiente e la dignità umana.»
I magistrati hanno aggiunto che la sospensione non equivale a un sequestro o a una confisca dei beni aziendali, ma incide sulle modalità dell’esercizio d’impresa. In sintesi, lo stabilimento ionico potrà riprendere l’attività produttiva soltanto se e quando sarà garantita la totale assenza di pericoli per l’ambiente e per le persone.
L’iniziativa dei cittadini e le reazioni dei legali
La pronuncia rappresenta una vittoria senza precedenti per l’associazione Genitori Tarantini, che aveva avviato l’azione inibitoria collettiva sfociata nel provvedimento del tribunale milanese.
I legali che hanno curato il ricorso, gli avvocati Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, hanno accolto la sentenza con estrema soddisfazione. «Addio carbone, amianto e polveri sottili. La Corte Suprema di Cassazione ci ha dato ragione su tutta la linea», ha commentato Rizzo Striano, sottolineando il valore simbolico e giuridico del pronunciamento per il territorio ionico.
Le normative europee e il principio di precauzione
Nel testo della sentenza, i giudici di legittimità hanno fatto esplicito riferimento all’evoluzione della normativa comunitaria, citando la direttiva UE 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente. La direttiva impone limiti sempre più stringenti per i livelli di particolato PM10 e PM2,5.
La Cassazione ha rilevato come la valutazione dei rischi operata dai giudici di merito fosse pienamente conforme al principio di precauzione e di proporzionalità, rendendo necessario l’intervento per bloccare le fonti inquinanti.
Scenari operativi e gestione degli impianti
Con la chiusura del percorso giudiziario resta ora da definire l’attuazione pratica della decisione all’interno del sito industriale. Fino ad oggi gli impianti dell’area a caldo sono rimasti in uno stato di pre-riscaldo, in attuazione dei provvedimenti governativi emanati in attesa del giudizio della Cassazione.
Le istituzioni e i commissari straordinari dovranno ora stabilire le tempistiche e i protocolli per dare esecuzione al decreto di fermata, mentre la comunità locale attende risposte concrete per la riconversione del sito e la salvaguardia dell’occupazione in un quadro di piena sostenibilità.





