Era la Sicilia di Cosa Nostra, dei primi anni Novanta, ma era anche la terra di personalità che hanno provato a sconfiggere la Mafia, magistrati del calibro di Falcone e Borsellino oppure del generale dell’ Arma dei Carabinieri Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno.

Tutti impegnati in prima nella lotta contro le cosche, e il loro impegno investigativo ha dato risultati straordinari. Eppure, sono noti al grande pubblico soprattutto per il processo sulla presunta “Trattativa Stato-mafia“, concluso con la loro completa e definitiva assoluzione. Oggi, finalmente, possono raccontare cosa c’è dietro la persecuzione giudiziaria e mediatica che hanno subito. Hanno scritto a quattro mani il “Dossier mafia-appalti” che l’anno scorso è stato divulgato da PIEMME edizioni. I due sono stati invitati martedì a dibattere con una scolaresca dell’ Istituto Tinelli-Morea di Alberobello in un incontro promosso dal locale Presidi del Libro e dall’Associazione Chianche di Carta con il patrocinio dell’ Amministrazione comunale di Alberobello. Dopo intense indagini l’informativa fu preparata dai carabinieri del ROS guidati da Mori e De Donno e consegnata nelle mani di Giovanni Falcone che le attribuì un’enorme importanza.

Ma nella magistratura siciliana ci fu qualcuno che frenò a più riprese e poi archiviò senza giustificazioni la pista, ancora tutta da percorrere, che stava svelando il vero volto della mafia. Uno sconvolgente sistema corruttivo istituzionalizzato che, in tutta Italia, depredava le risorse pubbliche a vantaggio di selezionate cricche di politici e imprenditori, e di cui Cosa Nostra rappresentava il braccio armato.





