MONOPOLI – Una riflessione intensa sul giornalismo, sulla guerra, sulla pace e sulla responsabilità dell’informazione. È stata la giornalista e inviata Rai Giovanna Botteri la protagonista del secondo appuntamento del Prospero Fest, andato in scena eccezionalmente al Teatro Radar di Monopoli, per via della pioggia, davanti a un pubblico numeroso e attento.
Moderata dal giornalista Onofrio Pagone, la conversazione dal titolo “Uno sguardo verso il mondo” si è trasformata in un viaggio attraverso oltre trent’anni di cronaca internazionale, dai Balcani all’Iraq, dall’Ucraina al Medio Oriente, con il racconto diretto di chi ha vissuto i conflitti in prima linea.
Botteri ha parlato soprattutto dell’impatto umano della guerra sul lavoro del cronista. Un coinvolgimento che va oltre il semplice racconto dei fatti e che lascia segni profondi nella vita di chi osserva e documenta l’orrore.

«Quando vedi madri che addormentano i propri bambini per evitare che escano a giocare perché potrebbe arrivare una granata, quella storia diventa anche la tua storia», ha raccontato. «Attraversare l’orrore della guerra è qualcosa che ti segna per sempre. Per anni ho continuato a svegliarmi con l’angoscia di dover scappare, con quello zainetto sempre pronto accanto al letto».
Tra i passaggi più applauditi della serata, quello dedicato al ruolo del giornalismo nei contesti di conflitto. «La telecamera è uno strumento incredibile e potente. Può servire ad aiutare qualcuno ma anche a difenderlo. Quando il bullo di turno attacca il più debole, noi dobbiamo essere quella mano che gli blocca il braccio. Questa è la missione del giornalismo».
Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani che si avvicinano alla professione e che Botteri invita a difendere l’autonomia del racconto da qualsiasi forma di schieramento ideologico.

«Mi preoccupa molto la tendenza a voler catalogare i giornalisti come schierati prima ancora che raccontino i fatti. Il nostro lavoro non è decidere chi ha ragione e chi ha torto. Il nostro lavoro è raccontare. La verità di chi fa informazione è quella che vede, non quella in cui crede».
Per spiegare il concetto, l’inviata Rai ha ricordato la guerra in Iraq del 2003. Pur essendo contraria all’intervento americano, raccontò che un ospedale pediatrico indicato come bombardato era in realtà vuoto da mesi. «Pensavo che quella guerra fosse sbagliata, ma il mio dovere era raccontare ciò che avevo verificato. Non quello che avrei voluto fosse vero».
L’incontro si è poi allargato ai conflitti contemporanei. Dall’Ucraina al Medio Oriente, Botteri ha espresso forte preoccupazione per tutte le guerre in corso, sottolineando come le conseguenze dei conflitti siano ormai entrate nella quotidianità europea.

«La guerra non porta solo bombe e distruzione. Attacca il nostro benessere, la nostra libertà e la nostra pace. Per questo mi fanno paura tutte le guerre e la logica che le accompagna: l’idea che i problemi possano essere risolti con la violenza anziché con la diplomazia».
Particolarmente significativa anche la riflessione sul ruolo delle religioni e sul messaggio lanciato da Papa Leone XIV nel solco del magistero di Papa Francesco. «Non si può fare guerra in nome di Cristo. Chi crede deve ascoltare queste parole. Noi dobbiamo essere combattenti della pace, non combattenti della guerra».

Infine il tema delle immagini più dure dei conflitti. Botteri ha raccontato di aver scelto più volte di non trasmettere scene particolarmente cruente, pur avendole filmate. «Quando non puoi contestualizzare una scena rischi di trasformarla soltanto in spettacolo della violenza. Ho sempre pensato che raccontare non significhi necessariamente mostrare tutto».
Una testimonianza intensa e a tratti commovente che ha confermato il valore del Prospero Fest come luogo di confronto sui grandi temi dell’attualità internazionale e sul ruolo dell’informazione in un tempo segnato da guerre, crisi e profonde trasformazioni geopolitiche.

