La fermata dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto rischia di travolgere non solo i dipendenti diretti, ma un intero tessuto imprenditoriale che negli anni ha legato a doppio filo il proprio destino a quello dell’ex Ilva. È l’allarme lanciato dai vertici di Confindustria Taranto nel corso dell’incontro convocato dal Ministero del Lavoro, al quale l’associazione degli industriali jonici ha preso parte in collegamento remoto.
Il tavolo di confronto, presieduto dal Capo di Gabinetto del Ministero e focalizzato sulle tutele per i lavoratori diretti, è diventato la cassa di risonanza per una grave criticità: l’impatto devastante sulle aziende fornitrici. Il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, e il vicepresidente con delega alle Grandi Industrie Metalmeccaniche, Michele De Pace, hanno chiesto con forza che la crisi dell’indotto venga portata al più presto sul tavolo del Governo a Palazzo Chigi.
Tremila posti a rischio e investimenti congelati
Al centro delle preoccupazioni dei vertici industriali c’è la sorte di circa 3.000 lavoratori tra appalto e subappalto. Si tratta di maestranze impiegate in aziende associate a Confindustria che, pur a fronte dell’incertezza, finora non hanno avviato procedure di licenziamento nell’attesa che l’esecutivo definisse un piano di garanzia occupazionale.
«Siamo di fronte a imprese che hanno sostenuto ingenti investimenti per adeguare impianti, macchinari e processi produttivi alle esigenze del ciclo integrale dell’ex Ilva», spiegano Toma e De Pace. Con lo spegnimento dell’area a caldo, quelle stesse capacità produttive e attrezzature – riorganizzate nella prospettiva di una continuità industriale – rischiano di diventare di colpo inutilizzabili, trasformandosi in una pesante zavorra finanziaria per gli imprenditori.
Confindustria Taranto chiarisce di non puntare a sostegni a pioggia, ma a strumenti specifici e calibrati sulla reale condizione di chi ha investito. L’obiettivo è prevenire il collasso prima che i problemi di liquidità sfocino in inevitabili tagli al personale.
Per gli industriali jonici, dunque, la ricetta per evitare l’ennesimo dramma sociale sul territorio passa da due mosse chiave immediate:
Sostegno finanziario ad hoc per ammortizzare il blocco degli impianti e la mancata saturazione della capacità produttiva.
Sblocco e ristoro dei crediti maturati dalle aziende dell’appalto per garantire la liquidità minima necessaria alla sopravvivenza.
Il messaggio a Roma è chiaro: la gestione della crisi non può fermarsi ai cancelli della fabbrica, ma deve proteggere la filiera di chi ha creduto e investito nel futuro industriale dell’area.

