Una vasta indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Trani e condotta dalla Guardia Costiera sta interessando il territorio industriale tra Bari e Molfetta nell’ambito dell’operazione denominata “Ground-Water”, incentrata su presunti reati ambientali e sul possibile inquinamento della falda acquifera.
Nelle scorse ore sono stati notificati inviti a rendere interrogatorio preventivo davanti al Giudice per le indagini preliminari nei confronti delle persone fisiche coinvolte nell’inchiesta. Contestualmente è stato notificato anche il decreto di fissazione dell’udienza finalizzata alla valutazione di eventuali misure interdittive e del possibile commissariamento giudiziale degli enti interessati.
Secondo quanto comunicato dagli inquirenti, il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro e amministrazione giudiziaria ammonterebbe a circa 150 milioni di euro.

L’operazione vede impegnati circa cento militari della Guardia Costiera appartenenti al Nucleo Speciale d’Intervento, alla Direzione Marittima di Bari e ad altri comandi territoriali. Le indagini, delegate dalla Procura di Trani, si sarebbero sviluppate attraverso attività tecniche particolarmente articolate, con il supporto di consulenti specializzati tra ingegneri, chimici e geologi.
Gli accertamenti avrebbero riguardato il presunto smaltimento illecito di reflui industriali nel comprensorio ASI di Molfetta. Secondo l’ipotesi investigativa, alcune aziende avrebbero scaricato reflui contenenti sostanze inquinanti nella rete fognaria del Consorzio ASI, mentre il consorzio stesso, sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, non avrebbe effettuato adeguati controlli sulla qualità delle acque immesse nel sistema.
L’inchiesta si concentra inoltre su un presunto sistema di dispersione nel sottosuolo attraverso pozzi profondi che avrebbero consentito il riversamento diretto delle acque nella falda acquifera, senza adeguati trattamenti preventivi.
Le analisi tecniche svolte nel corso dell’indagine avrebbero evidenziato la presenza nelle acque sotterranee di metalli e sostanze considerate potenzialmente pericolose, tra cui nichel, piombo, arsenico, cadmio e cromo, con valori ritenuti superiori ai limiti previsti dalla normativa ambientale vigente.
Particolarmente delicato, secondo gli investigatori, sarebbe il rischio legato all’utilizzo dell’acqua di falda per scopi irrigui e domestici da parte di soggetti privati.
La Procura sottolinea inoltre come gli eventuali danni ambientali ipotizzati potrebbero risultare difficilmente reversibili e richiedere interventi straordinari di contenimento, anche in considerazione dell’estensione della compromissione ambientale che potrebbe coinvolgere non solo le acque sotterranee, ma anche suolo, sottosuolo e mare.
Le attività investigative proseguono mentre l’Autorità giudiziaria dovrà ora valutare la richiesta di eventuali provvedimenti cautelari nei confronti delle persone e degli enti coinvolti.
Resta ferma, come previsto dalla legge, la presunzione di innocenza per tutti gli indagati fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

