Ci sono giornate in cui il racconto giornalistico scorre naturale, perché la realtà parla da sola. E poi ci sono giornate come quella di domenica 12 aprile a Monopoli, dove la realtà è stata bella, intensa, carica di significato… ma ostacolata da un eccesso di zelo che poco ha a che fare con il buon senso.
Partiamo dai fatti, quelli importanti. Una comunità che si stringe nel ricordo di Sante Puteo, a 15 anni dalla scomparsa. Una messa partecipata, sentita, vera. E subito dopo un gesto ancora più forte: la donazione del sangue. Un atto silenzioso ma potentissimo, capace di trasformare il ricordo in vita concreta per qualcun altro.

La Confraternita di Santa Lucia, l’Inter Club Monopoli e l’AVIS “A. Menga” hanno dato vita a una mattinata che è l’esempio perfetto di cosa significhi comunità. Donare tempo, energie, e in questo caso, una parte di sé. Non è retorica: è realtà.
E allora viene spontaneo chiedersi: perché complicare tutto?
Perché, mentre si celebra la solidarietà, qualcuno decide che il problema più urgente sia bloccare chi quella solidarietà vuole raccontarla?
Sia chiaro: nessuno mette in discussione le regole. Gli ambienti sanitari sono luoghi sensibili, e le norme vanno rispettate. Noi lo sappiamo bene. Non si improvvisa il mestiere di giornalista, e soprattutto non si improvvisa la deontologia.
Ma tra il rispetto delle regole e l’interpretazione rigida, quasi punitiva, di esse, c’è una distanza che domenica è stata tutta evidente.
Negare la possibilità di realizzare semplici immagini di contesto — senza volti, senza violazioni, senza spettacolarizzazione — significa non comprendere il ruolo dell’informazione. Significa non capire che raccontare queste iniziative non è un capriccio, ma un servizio.
Un servizio alla stessa comunità che si sta cercando di tutelare.

E allora sì, una nota polemica è inevitabile. Anche perché, come spesso accade, la rigidità non è uguale per tutti. C’è chi riesce a lavorare senza ostacoli e chi invece si trova a dover fare telefonate, chiedere autorizzazioni, inseguire permessi. Perché? Domanda legittima, risposta meno.
A onor del vero, va riconosciuto il pronto intervento dell’ufficio stampa dell’ASL Bari, che si è dimostrato disponibile, tempestivo e collaborativo. Un esempio di come le istituzioni dovrebbero sempre dialogare con chi fa informazione.
Peccato solo che, quando la soluzione è arrivata, la mattinata fosse ormai conclusa. I donatori erano andati via. E con loro anche la possibilità di raccontare visivamente una bellissima storia.
Resta però il senso di quella giornata, che nessuna rigidità potrà cancellare. Resta il gesto dei donatori, resta l’impegno delle associazioni, resta la forza di una comunità che continua a dimostrare di saper fare rete.
Ma proprio per questo, una riflessione è necessaria.
Alle associazioni, alla Confraternita, a chi organizza eventi di questo tipo: la prossima volta coinvolgete fin da subito anche la direzione sanitaria e l’ufficio stampa dell’ASL. Non per burocrazia, ma per evitare che iniziative così importanti vengano ostacolate da interpretazioni personali.

E magari, chissà, si riuscirà a evitare che la solidarietà debba chiedere il permesso di essere raccontata.
Perché donare è un gesto straordinario.
Ma anche raccontarlo, nel modo giusto, lo è.

