Gentile redazione di TvPuglia,
in un liceo di Bari solo otto studenti hanno potuto partecipare a un incontro di educazione sessuale. Tutti gli altri sono rimasti fuori dall’aula perché i genitori non avevano dato il consenso. È un fatto che fa riflettere, ma soprattutto preoccupa. E non si tratta di un caso isolato: potrebbe succedere in qualunque scuola italiana.
In Italia, infatti, l’educazione sessuo-affettiva non è obbligatoria. Quando viene proposta, spesso tramite progetti esterni, è necessario il consenso dei genitori. Se questo non arriva, gli studenti vengono esclusi. Anche se sono adolescenti. Anche se sono loro a voler partecipare. Anche se si parla di salute, rispetto, relazioni e consenso.
Il risultato è evidente: il diritto all’informazione diventa disomogeneo. Alcuni ragazzi hanno accesso a strumenti fondamentali per comprendere se stessi e gli altri, altri no. Questa non è tutela, è disuguaglianza.
In molti Paesi europei, come Svezia, Olanda, Germania e Francia, l’educazione sessuale è parte integrante del percorso scolastico. È obbligatoria, graduale e adeguata all’età. Non si limita agli aspetti biologici, ma affronta anche emozioni, relazioni, rispetto e consenso. I risultati sono chiari: maggiore consapevolezza, meno violenza, meno disinformazione.
In Italia, invece, restiamo fermi. Bloccati da paura, ignoranza e tabù. Il paradosso è evidente: il sesso è ovunque, nei social, nella pubblicità, in televisione, ma improvvisamente diventa “pericoloso” se se ne vuole parlare in modo serio e strutturato a scuola. Come se il silenzio potesse proteggere i ragazzi. In realtà, accade il contrario: senza educazione rimangono solo stereotipi, pornografia come unica fonte di informazione e idee distorte su relazioni e consenso.
Educazione sessuo-affettiva non significa “parlare di sesso”. Significa parlare di rispetto, emozioni, limiti e responsabilità. Significa insegnare che quando una persona dice “no”, è davvero “no”. Senza ambiguità, senza giustificazioni. Questi valori non si apprendono automaticamente: si insegnano.
Negare questa educazione nelle scuole è un arretramento culturale e democratico. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a stare nel mondo, non quello in cui si evita la realtà per paura di affrontarla.
Preoccupa, infine, che proprio in questi giorni il dibattito pubblico vada nella direzione opposta: nel nuovo testo del DDL sugli stupri scompare la parola “consenso” e si introducono distinzioni nelle pene. Una scelta che manda un segnale culturale inquietante, soprattutto in un Paese che già fatica a educare al rispetto e all’autodeterminazione.
Continuare a rimandare questo tema non rende l’Italia più protettiva. La rende fragile, sola e impreparata.
Educare non è un rischio. Il vero rischio è non farlo.
Con rispetto,
Cosimo Mimmo Panaro





